La squadra speciale dei Rifugiati alle Olimpiadi, un esempio prezioso da seguire!

Ai Giochi di Rio ci sarà la prima storica partecipazione di una squadra che gareggerà sotto i colori dei cinque cerchi, un tributo al coraggio e alla perseveranza di tutti i profughi nel superare le avversità e costruire un futuro migliore.

Nelle prossime Olimpiadi di Rio ci sarà una squadra molto speciale. I suoi componenti hanno alle spalle storie di allenamenti, di tempi rincorsi ed ottenuti, di fatica, di sudore come tutti gli atleti che parteciperanno ai Giochi. Loro però sono dieci atleti con un passato alla spalle particolare, che li rende unici (per fortuna).
Questi atleti speciali, le loro medaglie, le hanno già strappate alla vita che ha posto loro ostacoli ben maggiori di un cronometro. Questa squadra speciale, perché di squadra parliamo con il Team Refugees, è la prima della storia ai Giochi Estivi formata da atleti rifugiati che sotto la bandiera a cinque cerchi gareggeranno nella prossima edizione dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro.

La nuova squadra adotterà il nome di Refugee Olympic Athlets (ROA) ed avrà lo stesso trattamento di tutte le altre Nazionali: i suoi atleti alloggeranno nel villaggio olimpico e durante la cerimonia di apertura sfilerà prima della squadra degli ospiti, il Brasile.
Il Comitato Olimpico ha ammesso la squadra formalmente ed è una decisione che dimostra in maniera significativa come lo sport possa veicolare le coscienze ed aprirle verso problematiche diverse, ma importanti.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite (fonte “Refugees/Migrants Emergency Response) e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), i profughi sono circa sessanta milioni nel mondo. Più della metà sono bambini e ricomprendono le categorie di  rifugiati, sfollati e richiedenti asilo. Questo dato, già da solo, può far comprendere l’importanza di far rimbalzare tramite la risonanza mondiale dell’evento Olimpiadi un simile argomento.
In questa squadra speciale ci sono due nuotatori siriani, due judoka provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e sei corridori provenienti da Etiopia e Sud Sudan. Sono tutti fuggiti da violenze e persecuzioni nei loro Paesi e hanno cercato rifugio in Nazioni Europee come la Germania, il Belgio, il Lussemburgo, Africane come il Kenya ed infine in Brasile.

Rami-AnisLe due storie che fanno da background ai due nuotatori del  “Team Refugees” sono senza dubbio da brividi.

Rami Anis, 25 anni, Siria, gareggerà nei 100 farfalla
Ha iniziato a nuotare a 14 anni ad Aleppo, in Siria. Venne mandato ad Istanbul da suo fratello che lì studiava turco per sottrarlo dalle continue violenze e dagli attacchi in Siria che mettevano in serio repentaglio la sua incolumità. È riuscito ad allenarsi presso il Galatasaray Sports Club, ma non potendo ottenere la cittadinanza turca, non ha mai potuto disputare una gara. La sua determinazione lo portò quindi a saltare su un gommone diretto in Grecia e poi ancora a tentare di attraversare l’Europa per giungere fino in Belgio. Soltanto lì riuscì a coronare il suo sogno, quello di allenarsi e di iniziare le competizioni, con la fortuna che finalmente lo assiste e gli affianca  l’ex nuotatrice olimpica Carine Verbauwen.

Yusra Mardini, 18 anni, Siria, gareggerà nei 200 stile libero
Yusra-MardiniYursa è un’adolescente Siriana che salpa su una barca con altre venti persone. Durante la traversata del Mar Egeo la barca inizia ad avere problemi ad un motore, prima di imbarcare acqua. La giovane, insieme ad altri due suoi coetanei, compie allora il gesto eroico: si tuffa in mare ed inizia a spingere, nonostante il freddo, nonostante le poche speranze di approdare su una costa sicura. Riesce ad arrivare a Lesbo, esausta e con un principio di congelamento, ma tutti gli occupanti della barca erano vivi! È iniziata da lì la sua disperata ricerca di asilo, trovato poi insieme alla sorella, in Germania, dove ha potuto iniziare ad allenarsi con un club di Berlino. Adesso è iscritta nella gara femminile più “osservata”, i 200 stile libero.

Queste sono storie di determinazione, coraggio e tanto dolore da superare e potranno essere un prezioso esempio per tanti.

“La loro partecipazione è un tributo al coraggio e alla perseveranza di tutti i profughi nel superare le avversità e costruire un futuro migliore per loro e per le loro famiglie” ha dichiarato l’Alto Commissario per i rifugiati Filippo Grandi in seguito all’accettazione da parte del Comitato Olimpico del Team Refugee.

Non ci rimane che emozionarci anche per questi giovani atleti, perché, come ormai dico da sempre, “Il nuoto non è uno sport qualunque ed i nuotatori non sono persone qualunque”.

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Giusy Cisale

Giusy Cisale

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