Dall’immensa forza di Kathleen Baker, alla potenza gentile di Katika Hosszu, il marchio femminile sulle Olimpiadi di Rio!

E non chiamatele sirene, perché sono esseri molto superiori

C’è un Olimpiade che si tinge di rosa e stavolta non mi riferisco al costume da gara della Efimova. Le gare di nuoto riguardanti le donne erano fino a qualche anno fa meno seguite di quelle maschili, considerate più avvincenti, più veloci e con più protagonisti con nomi altisonanti.

Questa edizione dei Giochi invece, passerà sicuramente alla storia per avere avuto l’universo femminile come attore protagonista e non più come semplice comparsa.
Stavolta però, non sono le questioni puramente personali delle atlete ad assumere rilievo ed interesse del pubblico, bensì la forza, la determinazione e la “fame di vittoria” che le sirene Olimpiche hanno dimostrato in questi giorni.

Dovrei immediatamente correggere l’appellativo “sirene”, perché queste donne la coda nemmeno in acqua ce l’hanno, dotate come sono degli occhi e delle gambe di vere tigri.
Di loro parlano i tempi in acqua, le medaglie conquistate all’ultimo centesimo, la voglia di esserci nonostante ostacoli che per i “comuni mortali” sarebbero giustificazione sufficiente per rimanere sul comodo divano di casa.
Se la RAI fa boom di ascolti con oltre due milioni di telespettatori (fonte Rai.it) in un orario certamente poco comodo trasmettendo in diretta la finale femminile dei 200 metri stile libero, un motivo ci sarà. Certo, la presenza in corsia 3 della Fede Nazionale ha avuto tutto il suo peso, ma i blocchi di partenza erano il riassunto visivo del meglio di questo sport a livello mondiale.

federica-pellegrini-olimpiadi-rio-2016Federica Pellegrini (foto Getty Images / Buda Mendes) ha tra i tanti, anche il merito di avere catalizzato sul nuoto l’interesse di migliaia di bambine italiane, con davanti agli occhi il suo mito da seguire, iniziando un cammino fatto di molte rinunce e di tantissimo lavoro. Fa parlare di sé per le vittorie conquistate e quasi come per magia, il nuoto attira l’attenzione nazional popolare più del calcio mercato di Agosto.
Il nuoto internazionale ha dalla propria parte degli esempi di donne che completano la visione di questo sport, mostrando come le diversità genetiche e fisiche possano trasformarsi in straordinarie opportunità.

Le definizione di “Iron Lady” non potrebbe calzarle meglio, anche se il “ferro” un po’ si è sciolto quando la Hosszu ha mimato con le dita delle mani il cuore appena toccata la piastra e raggiunto il terzo oro Olimpico.
Katinka Hosszu (foto Getty Images / Clive Rose) fa il tris dopo la vittoria dei 400 misti e dei 100 dorso e scrive una pagina di storia con la conquista dei 200 misti. Classe ’89, è una macchina da guerra, tarata per macinare chilometri e rompere record. Sembra instancabile, capace di nuotare in gare tra loro diverse con la stessa qualità, senza mai scalfire una calma e concentrazione che sembrano appartenere ad un altro mondo.
katinka-hosszu-olympics-rio-2016Katinka balza prepotente agli onori delle cronache, staccandosi dalla rigidità e dalla freddezza proprie della Nazione dalla quale proviene. Ha come allenatore Shane Tusup, sposato nel 2013, che dichiara di averla trasformata in una tigre dell’acqua. Tigre lei in acqua, cavalletta impazzita lui a bordo vasca. Ed il mio punto di vista rovescia i luoghi comuni, poiché, dimenticate pure l’idea di giovani innamorate che emozionate e commosse osservano dalle tribune il proprio amato in vasca. Shane, cappellino e t-shirt con il marchio creato ad hoc per il fenomeno “Iron Lady”, viene relegato, ad ogni competizione di rilievo, in angoli nascosti e sotto l’occhio vigile degli addetti alla sicurezza. Si mangia le dita delle mani, inizia a sbracciare, fino a saltellare durante la frazione a stile libero dei 200 misti e rischiare un infarto dopo aver visto l’ordine di arrivo. E mentre con calma data dalla fatica, Katinka si innalza sulla corsia e mima il cuore, lui, ormai tenuto a stento oltre il piano vasca, piange, urla e si contorce manco fosse finito dentro un vespaio.

Giustificassimo il linciaggio del telecronista della NBC Dan Hicks, il quale commentando il record mondiale della nuotatrice Katinka Hosszu, definiva Shane Tusup come “il responsabile” della vittoria in questione. Chiamatelo ancora “sesso debole” se ne avete il coraggio!

kathleen-baker-olympics-rio-2016Ma di emozioni Rio ne ha regalata una davvero intensa: commovente la storia di Kathleen Baker (foto Getty Images / Al Bello), fresca dell’argento conquistato nella gara dei 100 dorso a soli 19 anni, dopo una battaglia lunga cinque anni contro il morbo di Crohn. Questa malattia, autoimmune, causa una vasta gamma di sintomi, dalla perdita di peso ai forti dolori addominali che sarebbero già difficilmente sopportabili e gestibili da qualsiasi normale adolescente intento a vivere la propria età tra scuola ed amici. Questa ragazza della Carolina del Nord invece, si allena costantemente per il suo sogno, nonostante tutte le difficoltà e la sofferenza che, beffa del destino, viene acutizzata dal contatto con l’acqua e dal cambiamento improvviso della temperatura, circostanza questa, alla quale chi nuota  è ben abituato).

E di anni ne dimostra molti in più quando dichiara al  giornale Charlotte Observer “Ho avuto la mia bella dose di avversità. Penso che ciò che mi è successo mi abbia spinta ad apprezzare lo sport ancora di più, a causa della consapevolezza del fatto che avrei potuto perderlo. Amo nuotare più di ogni altra cosa al mondo e avere la possibilità di farlo alle Olimpiadi è una sensazione incredibile. Spero di aver ispirato un po’ di persone oggi. Ho pregato tanto per questo – ha aggiunto – Credo che sia la cosa che mi ha portato fin qui. Non ho mai rinunciato ai miei sogni e spero che altri facciano lo stesso”.

La storia della giovane atleta dovrebbe essere davvero di ispirazione per quanti nel raggiungimento del proprio sogno trovano ostacoli. La scoperta della malattia a 14 anni, lunghi periodi vissuti tra scuola e allenamenti ridotti all’osso ed ancora medicine da prendere che non ti salvano però dai dolori e dalla perdita di peso. Parlando per la prima volta del morbo, la Baker disse: “Ho trovato dei dottori che non mi dicono solo ‘Tu sei Kathleen, quella con il morbo di Crohn’. Ho bisogno di essere identificata come “Kathleen, la nuotatrice con il morbo di Crohn”.

E nella valigia preparata per Rio, questa giovane donna, oltre all’attrezzatura, ha messo anche i medicinali, ma in una tasca nascosta, per le emergenze. Nella sua valigia ha messo un sogno, nella stessa tasca in cui, ora, è riposta una medaglia di argento con incisa l’effigie di Rio 2016.

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Giusy Cisale

Giusy Cisale

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