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Nuoto e scoliosi, controindicazioni e miti da sfatare

I ricercatori Rodolfo Lisi e Carmelo Giuffrida fanno chiarezza sul ruolo del nuoto nelle scoliosi

Il nuoto è uno sport adatto per una moltitudine di infortuni e lesioni muscolari, fortifica le grandi capacità organiche e ben si presta all’avviamento del giovane ad una attività fisico-motoria e sportiva per la sua natura ludica.

Tuttavia, la disciplina in oggetto non “cura” la scoliosi (una malattia della colonna vertebrale che si presenta “storta”) e risulta in alcuni casi addirittura controindicata e certamente inutile ai fini del riequilibrio posturale trattandosi di attività mobilizzante e in ridotto carico gravitazionale. È ciò che afferma il ricercatore Rodolfo Lisi con il libro “Il nuoto non fa bene”.

“Negli ultimi anni – afferma il professor Lisi – si è indirizzato troppo spesso, e senza motivarlo scientificamente, verso l’attività in piscina indicando il nuoto come “toccasana” della scoliosi. Il nuoto non può essere invece prescritto in presenza di scoliosi. Non si può creare l’illusione di una sua miracolistica efficacia poiché, al pari di qualunque altra attività sportiva, è privo di un qualsivoglia effetto rieducativo-compensativo”

Nel libro del professor Lisi si spiega che nell’ambito dell’apprendimento motorio, è di primaria importanza un concetto fondato sulla fluidodinamica e sulla caratteristica dell’acqua: il passaggio dalla terraferma all’acqua è il passaggio dal dominio del peso al dominio della forma. L’indubbio valore del ruolo delle attività acquatiche e natatorie per gli effetti esercitati sulle grandi funzioni organiche, cardio-circolatorie e respiratorie continua a essere oggetto di attenzioni ingiustificate e, non raramente, controproducenti nel processo di normalizzazione delle alterazioni morfologico-posturali e nella pratica delle scoliosi.

Quando il corpo umano si immerge nell’acqua non deve fare i conti solo con la forza di gravità ma bisogna considerare che entra in relazione a massa, peso, densità, densità relativa dell’acqua; questi affiancano i concetti di galleggiabilità, di pressione idrostatica, di tensione superficiale, di rifrazione, di viscosità, di movimento, di coesione molecolare del liquido, di flusso, di calore e di temperatura dell’acqua.

I muscoli in acqua vengono usati dal corpo umano in modo completamente differente rispetto a come si usano nella terraferma per cui, per effetto di una serie di fenomeni biomeccanici, il movimento che possono generare ha un vettore costantemente contrario al verso del movimento pur orientando i segmenti del corpo nella medesima direzione e verso del movimento. In più, dato che si genera un movimento rotazionale e i muscoli non possono generare alcuna trazione muscolare in senso diretto si osserva che, in acqua, il movimento è dilazionato rispetto alle contrazioni dei muscoli necessari per generare il movimento stesso. Si capisce, quindi, che ciò è contrario a quanto avviene sulla terraferma dove la contrazione muscolare e il movimento sono obbligatoriamente contestuali.

Precisiamo che il libro scritto dal Dott. Rodolfo Lisi e dal Dott. Carmelo Giuffrida non demonizza nulla ma conferisce significato tecnico-scientifico e fornisce motivazioni precise e dettagliate basate sulla Fluidodinamica, sulla Biomeccanica e sulla Chinesiologia. Nessuno nega l’indubbio valore del ruolo delle attività acquatiche e natatorie per gli effetti esercitati sulle grandi funzioni organiche – cardio-circolatorie e respiratorie. Non è possibile accettare, però, che il nuoto continua a essere oggetto di attenzioni ingiustificate e, non raramente, controproducenti nel processo di normalizzazione delle alterazioni morfologico-posturali e specifiche delle scoliosi.

Le considerazioni, le valutazioni, gli obiettivi, le strategie, tutte le operazioni vagliate “a secco”, non hanno una medesima logica condivisa con le funzioni fisiologiche e con ciò che avviene biomeccanicamente in acqua. Ottimizzare il percorso di recupero di un soggetto scoliotico richiede una logica dettata dal piano di lavoro individualizzato e articolato con diversi programmi di lavoro. E, sicuramente il posto di maggiore garanzia non è rappresentato dall’ambiente acquatico bensì dalla terraferma, dall’ambiente artificiale che riproduce i modi di muoversi dell’essere umano nel suo ambiente naturale. Altri termini che descrivono attività svolte in acqua possono collocarsi nel percorso compensativo ma non possono avere né valenza terapeutica e, tantomeno, possono essere considerate sanitarie. Gli effetti utili derivano esclusivamente dal corretto esercizio fisico, dalla sua bontà gestionale e dalla sua esatta localizzazione. L’acqua non restituisce alcun esito favorevole ad esclusione del contesto (ambiente fisico) in cui possono essere attuati gesti motori con caratteristiche simili a quelli dell’ambiente terrestre ma con l’offerta di grandi difficoltà applicative.

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Ciro Porzio

Consulente informatico, matematico con la passione per le statistiche e apprendista nuotatore. Ricopre diversi ruoli di responsabilità in Swim4Life Magazine.