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Nuoto, il quinto stile, i benefici della propulsione subacquea

I vantaggi nel curare una situazione in cui l’atleta non nuota sull’acqua, ma nell’acqua

Nel corso degli ultimi dieci anni la nuotata subacquea si è evoluta al punto da diventare un elemento cruciale delle gare a stile, dorso e farfalla. Già dalle Olimpiadi di Seoul del 1988 molti atleti avevano compreso i benefici del nuoto subacqueo, capace di produrre una velocità superiore al nuoto in superficie dopo partenze e virate.

Nelle stesse Olimpiadi i primi tre classificati nei 100 dorso nuotarono moltissimi metri sotto la superficie dell’acqua. In particolare, il vincitore Daichi Suzuki percorse circa 35 metri sott’acqua nella prima vasca e 15 metri nella seconda. A quel tempo le regole internazionali sulla durata della subacquea erano inesistenti. Questo spinse la FINA successivamente a regolamentare il limite delle apnee nei vari stili portandolo a 15 metri.

Gli allenatori e i tecnici hanno definito questa forma di propulsione subacquea il quinto stile. In questa particolare situazione l’atleta non nuota sull’acqua, ma nell’acqua.

Nei quattro stili il nuotatore cerca di sfruttare la resistenza dell’acqua per avanzare, al pari di quanto avviene nella propulsione terrestre, e di accentuare il galleggiamento mediante il principio del sostentamento, “sollevarsi” per vincere le resistenze che possono ostacolare l’avanzamento. Ne deriva, pertanto, che il nuotatore deve mantenersi quanto più è possibile in superficie per essere frenato il meno possibile dall’acqua.

Nel quinto stile, invece, manca la necessità di sfruttare le forze di sostentamento, perché il corpo dell’atleta è immerso totalmente in acqua e l’avanzamento è determinato dall’ondulazione del corpo e dal drag. Il segreto dell’ondulazione del corpo sta nello studio del flusso turbolento e del comportamento dei vortici generati dal movimento. La prima particolarità che è possibile notare nella nuotata del quinto stile riguarda il progressivo incremento dell’ampiezza di questa oscillazione del corpo: minima o praticamente nulla nella parte prossimale del corpo, massima nella parte terminale degli arti inferiori, ovvero ai piedi.

Lo stesso fenomeno accade nei cetacei a carico della pinna caudale; è qui il razionale della propulsione. La differenza tra un corpo fermo e un corpo in movimento rispetto all’asse verticale è data dalla diversità dei vortici: mentre nel primo caso si genera un unico vortice che determina solo una resistenza all’avanzamento, durante il movimento delle gambe viene scaturita una vera e propria sequenza di vortici a fasi alterne, orientati in senso orario e in senso antiorario e così via.

La zona compresa tra queste file di vortici costituisce la vera ampiezza dell’oscillazione del corpo, e proprio all’interno di questa zona si verifica un vero e proprio flusso d’acqua con direzione opposta a quella di nuotata; in sostanza, la spinta dell’acqua all’indietro esercitata dalla gambata a delfino genera una forza che spinge il corpo in avanti. Viene così a verificarsi la terza legge della dinamica di Newton che determina il normale avanzamento di un corpo, sulla terra come in acqua. Proprio in virtù di questo particolare meccanismo di generazione di vortici, la gambata a delfino subacquea rappresenta una forma di propulsione.

Le informazioni presenti in questo articolo sono tratte dal libro “Con Tutto il Nuoto del Mondo” del Dott. Maurizio Mastrorilli.

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Ciro Porzio

Consulente informatico, matematico con la passione per le statistiche e apprendista nuotatore. Ricopre diversi ruoli di responsabilità in Swim4Life Magazine.