Nuoto, “E se poi perdo?” Riparti esattamente da dove hai lasciato!

Imparare a perdere è la prima lezione da far apprendere ai bambini nel nuoto, perché la sconfitta ti toglie apparentemente tanto ma in realtà ti restituisce sempre qualcosa in più

“E se poi perdo?” è la domanda di un bambino che si avvicina a questo sport e che non sa cosa scegliere, non sa se dedicare interi pomeriggi in acqua o se decidere di fare altro, magari uno sport di squadra. L’unica cosa che sa è che nuotare è faticoso, fare così tante vasche e non riuscire a stare al passo dei più grandi; sa anche che l’acqua è fredda e che ogni volta per entrare in vasca è un patema.

“E se poi perdo?” è la domanda di un bambino che di perdere, appunto, proprio non ne vuole sapere. Nelle gare individuali se qualcosa non va secondo i piani, hai perso solo tu e diciamocelo, non te la puoi prendere con nessuno e la sconfitta diventa una cosa personale; negli sport di squadra questo non accade, si perde insieme e si vince insieme.

E allora forse è per questo motivo che un bambino preferisce così, non prendersi tutta la colpa, ma dividerla un po’ con tutti. La sconfitta sarà per lui comunque dolorosa, ma lo sarà meno. Diventerà più semplice non pensarci e continuare a percepire il tutto come un gioco.
A vederlo da fuori o da uno schermo sembra piuttosto semplice e alla fine il pensiero finisce sempre lì: ti sei allenato per quello, giusto? E quello che accade dietro le quinte, nella vita di tutti i giorni, passa in modo automatico in secondo piano.

E invece si tratta, per bambini e adulti, di un lavoro mentale oltre che fisico. In acqua devi pensare a tutto: alla tecnica, alla respirazione, alla virata e all’arrivo e nella maggior parte degli altri casi, invece, non riesci a pensare a nulla. Soprattutto nelle brevi distanze il tempo che hai a disposizione è cosi ristretto che se qualcuno alla fine di una gara ti chiedesse “a cosa pensavi in acqua?”, probabilmente non saresti in grado di rispondere. A tutto e a niente. E in quel lasso di tempo gareggi contro tre realtà oggettive: i tuoi avversari, il tempo e te stesso.

Con gli avversari, quelli che ritrovi spesso, quelli storici, quelli il cui nome in camera di chiamata ti ricorda che c’è anche questa volta e diventa uno sprono ulteriore, un punto di riferimento.
Con te stesso, perché a ogni gara, ogni metro, ogni bracciata è un mettersi alla prova.
E poi contro il tempo, il tuo nemico indiscusso, quello con cui lotti sempre, in allenamento e in gara.

Sei solo ma in mezzo a tanti. E allora a questo bambino gli abbiamo risposto che anche quando sarà grande sbaglierà da solo e con ogni probabilità proverà in qualche modo a rimediare; che nulla mai finisce per sempre e che bisogna trovarsi un’altra possibilità, un’alternativa, qualcosa su cui aggrapparsi e ripartire da zero, o quasi; che vincere o perdere insieme è bello, ma che farlo da solo ti appaga allo stesso modo, se non di più.
Gli abbiamo risposto che se nuotare gli piace così tanto, nonostante la fatica, è perché forse sta percorrendo la strada giusta, o almeno è la strada giusta in quel momento ma non è detto che debba esserlo per sempre.

Ma quello che gli resterà (e questo si, gli resterà per sempre) è l’aver imparato qualcosa: bisogna saper perdere. Che è lecito essere amareggiati quando accade, ma che bisogna anche tornare in acqua più forti di prima, dopo aver imparato dagli errori e riprendere esattamente da dove si aveva lasciato.

“E se poi perdo?” è anche la domanda di un adulto a cui una vera risposta non serve. Perché se nel tempo ha continuato a farlo, evidentemente ne ha trovata già una.

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Non si tratta solo di battere qualcuno, in quei pochi minuti o frazioni di minuto c’è molto altro: una ricerca personale, un riuscire a battere se stessi e i propri limiti, un essere in grado un po’ alla volta di dimostrarsi sempre quel qualcosa in più.

La fragilità e l’assurda impercettibilità di quei centesimi che rappresentano un fallimento, diventano la vera forza e il buon motivo per mettersi in discussione, per migliorarsi, per prendere coscienza della sconfitta e provare a fare meglio.

E che si parli di bambini, di adulti, di professionisti e non, la sconfitta è il motore che manda avanti tutti in questo sport, che apparentemente ti toglie tanto ma che in realtà ti restituisce, da ogni prospettiva la si voglia guardare, sempre qualcosa in più.

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Michela Torraco

Laureata in filosofia alla Sapienza di Roma e diplomata in Reporting alla scuola Holden di Torino. A sette anni unisce con una penna i nei del braccio destro, pensando che alla base ci fosse un disegno prestabilito. A dieci alla domanda: "Cosa vuoi fare da grande?", risponde: "la giornalista". A ventiquattro non ha ancora cambiato idea.