Lello Avagnano racconta gli oneri e gli onori di un allenatore di nuoto, tra ricordi ed emozioni, in attesa di Rio

Dalla scuola ricevuta come atleta sotto la guida di Fritz Dennerlein, alle soddisfazioni maturate come allenatore e quelle stelle sul suo tatuaggio olimpico, ognuna per un atleta da lui condotto ai Giochi.

È la prima figura con la quale ci si rapporta sin dai primi tentativi di bracciata, quotidianamente trascorre insieme a chi nuota ore di allenamenti vissuti tra sguardi complici, indicazioni e suggerimenti che diventeranno parte del proprio carattere. La crescita di un campione non può non passare attraverso il suo allenatore, che inevitabilmente si trasforma in una figura autorevole ed imprescindibile da un lato, ma  familiare e rassicurante dall’altro.
Nella cornice data dal mare che bagna Napoli, all’interno di uno dei più prestigiosi e storici Circoli italiani, è possibile incontrare persone che hanno alzato la bandiera tricolore sui podi Olimpici e Mondiali in maniera indelebile e che ora, con passione mai sopita ed impegno totalizzante, allenano anche quella che è la nuova generazione del nuoto.
Raffaele Avagnano, Azzurro alle Olimpiadi del 1984 che vanta diverse presenze come atleta a Mondiali ed Europei contornate da diversi titoli Italiani, è da anni allenatore di riferimento del Circolo Canottieri Napoli ed è proprio nel forte napoletano che lo incontriamo in un caldissimo pomeriggio di fine Luglio, nel quale si lascia andare ad un racconto che ha come protagonista non il nuoto, ma il modo in cui questo sport può far crescere degli uomini e delle donne forti ma consapevoli, che non devono mai dimenticare i valori dell’umiltà, della condivisione, dell’amicizia e della sportività.

«Ho avuto la fortuna di non avere mai smesso di incontrare campioni – esordisce Avagnano nella nostra intervista – Ho iniziato alla Canottieri Napoli da ragazzino e già dall’inizio ho avuto quello che per me non è stato solo un allenatore, ma un esempio di vita: Federico “Fritz” Dennerlein. Il suo è stato un esempio che man mano che passavano gli anni rivalutavo sempre di più. Fritz era per me un maestro e mi dava tanti piccoli suggerimenti che poi ho messo insieme come un puzzle. Uno di questi, che ancora oggi fa parte del mio modo di allenare, è quello di avere un rapporto diretto con l’atleta, non filtrato dai genitori o dalla famiglia in generale, ma che abbia caratteristiche per così dire esclusive. Un altro principio che mi ha trasmesso Fritz è sicuramente quello di mettere in questo lavoro tutta la passione che si ha per questo sport. Trasmettere passione, amore per quello che si fa, dona ai tuoi atleti la sicurezza di essere compresi. È un dare/avere. Questo è uno sport molto duro ed a tratti sembra che non perdoni nulla. Le difficoltà ed il lavoro che richiede il nuoto a livello agonistico possono però sembrare per i ragazzi più superabili, se hanno un allenatore che gli trasmette passione ed amore puro per questo sport.»

Quali sono le caratteristiche che un allenatore deve avere?
«La passione di cui parlavo innanzitutto. Non puoi allenare se non hai la passione che trapela ad ogni allenamento. La preparazione tecnica è necessaria in questo sport, ma anche l’esperienza, che ti aiuta a capire gli aspetti psicologici del rapporto con l’atleta che possono fare la differenza. Gli atleti devono percepire di essere un micro cosmo, si devono fidare ed affidare all’allenatore senza nessuna influenza dall’esterno. È un rapporto personale e diretto dove non ci sono intermediari, dove non devono esserci interferenze, dove gli atleti decidono con la propria testa ed il proprio cuore, sin da bambini. Questo rapporto si può fortificare e può crescere solo se rimangono fuori tutte le influenze esterne, come i genitori ad esempio. I genitori sono il punto di riferimento dei ragazzi fuori dalla piscina, dove questi non devono avere la possibilità di dire la loro perché sarebbe un’opinione non utile per il miglioramento dell’atleta. Fuori c’è il figlio o la figlia, in piscina c’è un ragazzo o una ragazza che decide con la propria testa e con il proprio allenatore. In piscina si costruisce un atleta e l’allenatore deve rendersi il punto di riferimento. Non meno importante per me è  far capire agli atleti che io, dopo così tanti anni, ancora mi diverto. Voglio che escano esausti e stanchi dall’allenamento, ma con il sorriso di chi si è divertito. Credo che una mia caratteristica che un po’ mi contraddistingue dai miei colleghi è che non ho mai gestito atleti che provenivano da altre società. In questo sport può capitare che ti arrivino atleti già ad altissimi livelli agonistici e provenienti da altre società sportive. A quel punto si pone il problema di come gestire un talento cresciuto e plasmato da una preparazione fatta altrove e da un altro allenatore e credo che questo sia davvero difficile. Io ho la fortuna di aver visto muovere i primi passi acquatici di tutti i miei atleti arrivati all’elite e a traguardi importanti sia nazionali che internazionali.»

Come si fa a capire se un ragazzino ha il talento, ha quel quid che può portarlo ad un percorso di altissimo livello?
Circolo Canottieri Napoli«Io osservo molto il corpo in acqua e la differenza la fa la proprio percezione del corpo in acqua. Sono piccolissime cose che ti portano come allenatore a pensare che quel ragazzino abbia davvero talento. Si definisce “acquaticità”, ma a me piace definirla “intelligenza motoria”, intendendola come la capacità in acqua di fondere mente e corpo fino a fare cose con estrema naturalezza che agli altri invece sembrano difficili e fuori dall’acqua da quell’insieme di gesti, di abitudini, motorie e non, che non ti fanno dimenticare mai di essere un atleta. Per questo motivo noi alla Canottieri Napoli abbiamo la tradizione di organizzare collegiali in montagna. Gli atleti che alleniamo sono tutti ragazzi che hanno il mare e l’acqua nel DNA e quindi ogni anno li porto sui monti, ad esempio a Roccaraso, per vedere il loro corpo al di fuori del loro elemento naturale. Sembrerà strano, ma ricevo sempre delle indicazioni importanti sulla “intelligenza motoria”, sul loro senso dell’orientamento, su come si confrontano con temperature ed ambienti diversi.»

Ti è capitato spesso di guardare un bambino e dire: “Arriverà lontano”?
«Per fortuna capita e spesso ci prendo anche! Quando arrivò Massimiliano Rosolino ad esempio, lo guardai in acqua e subito capii che quel ragazzino aveva un fuoco particolare. Era poco più di un bambino, paffutello e all’inizio anche poco coordinato, ma aveva qualcosa in più, aveva talento. L’ho avuto un anno qui, prima che si traferisse a Santa Maria Capua Vetere con Riccardo Siniscalco. La stessa cosa mi è capitata nel vedere i primi passi acquatici di Davide Natullo e di Stefania Pirozzi.»

Siamo a Napoli, una città ricca di tradizione acquatica ma anche una città difficile in cui crescere. Come si coniugano questi due aspetti nella preparazione dei tuoi atleti?
«Sai, questo è un ambiente davvero difficile per i ragazzi. Varcato il cancello del Circolo trovano una famiglia, un punto dove allenarsi certamente, ma soprattutto dove crescere, dove impiantare quelle che saranno le loro amicizie della vita. Qui hanno tutto ciò di cui possono necessitare. Ma lì fuori è tutto diverso, è tutto capovolto. Sono a Napoli, la città più bella del mondo sicuramente, ma Napoli, la sua strada, non perdonano. Là fuori ci sono mille possibilità di perdersi e una sola di emergere. C’è la strada, ci sono le deviazioni, ci sono i vizi, la mancanza di lavoro. Il mio ruolo consiste anche nel dare fiducia a questi ragazzi e di fargli capire che loro la possibilità di essere diversi ce l’hanno se lavorano duramente per l’obiettivo. Non bisogna spegnere i sogni di questi ragazzi. Tutti i giorni hanno a bordo vasca me, ma anche atleti di elevatissimo calibro come Davide Natullo o Davide Rummolo. Ecco, l’esempio di Davide Rummolo per loro è importantissimo. Davide era un ragazzo in cui pochi vedevano il talento, ma ha sempre lavorato duro, sin da esordiente. Quando nel 2000 prese l’aereo per Sidney come ripescato, nessuno avrebbe ci avrebbe scommesso mille lire di allora su un suo podio. Davide tornò a Napoli con la medaglia di bronzo appesa al collo. Pochi fronzoli, nessun vizio, ma tanto, tantissimo lavoro.»

Circolo Canottieri NapoliQui alla Canottieri avete esposto uno striscione con i colori tipici del Brasile e la scritta: “A Rio Vederci”. Qual è la storia di questo ben augurante saluto?
«L’anno scorso, durante la tradizionale festa del Circolo, venne organizzata come intrattenimento una samba con tanto di ballerine Brasiliane. Fu davvero molto divertente ed i ragazzi alla fine della serata entrarono nella sala con questo striscione, volendo così aprire l’anno olimpico con una speranza per due delle nostre atlete.»

Credo che una delle atlete a cui ti stai riferendo sia Stefania Pirozzi.
«Si. Stefania arrivò qui da piccola, iniziando nella categoria esordienti. Aveva un carattere fiero e deciso e sin da subito capii che con quel carattere lì avrei avuto del filo da torcere, ma per fortuna l’ho sempre spuntata io. Io e Stefania abbiamo fatto un percorso bellissimo che l’ha portata fino alla qualificazione alle Olimpiadi di Londra del 2012. A quel punto decidemmo insieme, dopo che le era stata fatta la proposta, che poteva essere un momento di ulteriore crescita per lei il trasferimento ad Ostia. Stefania non mi ha mai deluso, né come atleta, né come persona. Ad Ostia è rimasta tre anni e dopo l’esperienza agli Europei di Londra di quest’anno, abbiamo deciso insieme di riprendere la preparazione qui a Napoli. Credo che in quel particolare momento personale, Stefania avesse soltanto bisogno di vedere di nuovo un rapporto di confronto, a stringere di nuovo il cerchio. Voleva essere capita e voleva vedere in acqua il riscontro del lavoro che fa in allenamento. Io l’ho accolta con il mio modo di fare, non ho avuto bisogno nemmeno di chiedere, ci siamo capiti al primo sguardo. Stefania qui è casa ed averla di nuovo in acqua per me è stato come completare un qualcosa che sentivo incompleto. Abbiamo lavorato molto negli ultimi due mesi e Stefania ha lavorato anche su se stessa per raggiungere la serenità che ha oggi. Quando Stefania è arrivata, ho dovuto gestire le sue doti innate, la sua preparazione tecnica e portarla fino al Settecolli, tentando la qualificazione Olimpica. Le ho fatto ricordare quelle che sono le sue capacità e le sue qualità e le ho dato la certezza pratica che in pochi allenamenti poteva rimettersi in gioco. Ti garantisco che la sua condizione fisica era ottimale, ma il tempo era tiranno. Io sono certo che Stefania già al Settecolli valeva sotto i 2’08” per i 200 farfalla ed anche sui 200 stile io sono convinto che poteva già al Settecolli fare meglio. Io sarò anche di parte, ma sono sicuro che Stefania a Rio ci farà divertire.»

Sportline-costumi-SPEEDO-640x387

Con che animo vedrai le gare di Stefania Pirozzi alle prossime Olimpiadi, qui da casa e per di più di notte?
«Ti rivelo una cosa che mi è stata confermata proprio stamattina. Le gare le vedrò da pochi metri. Il Circolo Canottieri mi ha omaggiato del viaggio per Rio de Janeiro per seguire tutte le gare del nuoto.»

Circolo Canottieri NapoliE proprio in quell’istante ci passa vicino Davide Rummolo che con un sorriso a metà tra l’ironico e il sincero, esclama: “Non sei venuto a Sidney, ora vai a Rio?”
«Tu sei andato a Sidney nel 2000 e a parte che ero più giovane e meno razionale di oggi, ma dimmi la verità, chi si aspettava che tornavi con la medaglia? – risponde coach Avagnano – Come facevo a immaginare che un viaggio dall’altra parte del mondo mi avrebbe portato tutto quello che hai fatto?»

Vorrei che tutti i lettori avessero potuto vedere i sorrisi e gli abbracci tra i due dopo questa battuta. Il Prof. Avagnano a microfono spento mi saluta facendomi vedere che sopra al suo tatuaggio dei cinque cerchi olimpici impresso sul bicipite destro, ha fatto aggiungere tre stelle, una per ogni suo atleta qualificato per le Olimpiadi. E si emoziona, mentre me le indica: Davide Rummolo (2000), Flavia Rigamonti (2008) Stefania Pirozzi (2012 e2016). La stella di Stefania, dato il bis, è stata colorata da pochi giorni di un bellissimo verde.

foto gentilmente realizzate da Laura Binda

Ti è piaciuto questo articolo? Allora metti un Mi Piace alla nostra Pagina Ufficiale su Facebook!

Swim4Life – All rights reserved

Giusy Cisale