Le avventure di Michael Bronze, episodio due: le gare in Acque Libere

Nel primo episodio delle Avventure di Michael Bronze, ci eravamo lasciati con gli atleti pronti al via della prima gara in acque libere. Questo nuotatore immaginario fornirà attraverso i suoi racconti dritte, suggerimenti importanti e descriverà in maniera dettagliata il tipo di organizzazione per vivere la passione del nuoto a 360 gradi.

di Raffaele Lococciolo
Ci avviamo alla linea immaginaria dello start, Marco e Giuseppe mi dicono le ultime cose, si raccomandano e mi dicono “in bocca al lupo” – clicca qui per leggere il primo episodio completo – Io ascolto tutto, cerco di memorizzare, vedo che qualche atleta si defila dalla linea e cerca di guadagnare addirittura qualche metro. Non capisco questa cosa, ma resto sulla mia posizione e finalmente il giudice di partenza dalla barca, dà il via alla gara.

Inizio nuotare, forte come mi avevano detto, ma dopo pochi metri la situazione è per me drammatica: non vedo nulla, ho nuotatori addosso, di fianco e dietro che mi montano sui piedi, mentre davanti vanno più piano di me. Poi le onde, sembravano così piccole, ma bloccano le mie bracciate, bevo e l’acqua salata lascia veramente una brutta sensazione e come se non bastasse, una signora mi nuota addosso ed a quel punto non riesco più a nuotare. Avrò fatto 100 metri e sono scoraggiato, non credo di farcela, respiro male, non vedo dove vado, quando respiro frontale bevo e non ho idea di dove sia la boa, ma mi faccio forza e mi dico di proseguire, abbandono l’idea di “partire forte” visto che sono già devastato e cerco solo di nuotare tranquillo e rilassato. Sono 3 km, penso e se tutto va bene ci vogliono 45 minuti, forse di più, prendila comoda!

Finalmente riesco a trovare una nuotata e un’andatura che mi consentono di rendermi conto di cosa faccio, il gruppo iniziale si è sfoltito e sono insieme a cinque persone, mi giro indietro e vedo con mia gioia che ho parecchie persone staccate dietro di me. La cosa mi rincuora, pensavo di essere tra gli ultimi. Come mi avevano detto, resto attaccato a questo gruppetto e anche se sento dentro di me che potrei accelerare per staccarli, quei primi 100/200 metri fatti in precedenza mi fanno tentennare e allora preferisco aspettare.

Mi fido quindi del gruppo che seguo, ma non troppo e ogni tanto guardo in avanti per vedere se la direzione è quella della boa. Dopo qualche minuto mi abituo all’onda ed a respirare quando questa mi porta in alto. Inizio a divertirmi, nuoto tranquillo su un passo facile che il coach della squadra chiama A2 e ce ne ha fatti fare tanti di metri così in questi giorni!
Arriviamo alla prima boa che lasciamo a sinistra, il girare su di essa per prendere la nuova direzione causa ancora qualche scontro, ma sembrano carezze in confronto alla partenza. Il secondo lato del triangolo del percorso è proprio bello, le onde ora sono alle spalle e mi spingono abbastanza in direzione della seconda boa, devo correggere la traiettoria ogni tanto, il nostro gruppetto continua insieme ed io mi sto rilassando, il mare è bello e mi metto ad osservare qualche pesce che nuota sotto di me.

Arrivo così piuttosto tranquillo alla seconda boa e giro insieme ai miei “compagni di viaggio” in direzione dell’ultima boa. Questa andrà passata ancora a sinistra e dovrò ripetere il giro, nuovamente, quindi ripasso mentalmente il tutto: a fine secondo giro non devo puntare la boa, ma leggermente più a destra per entrare nell’imbuto di arrivo delimitato da due boe e da corsie. Quando sei lì Michael, mi diceva Marco in macchina, mancano 200 metri all’arrivo, c’è da sprintare, mettere la gambe per guadagnare qualche posizione e poi all’arrivo toccare il tabellone con la mano, è importante.

open-waterMi sento pronto, è tutto chiaro, tenere questo passo, stare in gruppo e nell’imbuto aumentare. Ok!

Il tratto dalla seconda alla terza boa è però faticoso, inizio a sentire la stanchezza nelle braccia, tengo duro, non devo mollare il gruppo! Arrivati alla terza boa si gira nuovamente e ripercorro il tratto che è stato quello iniziale alla partenza, le onde mi sembrano ancora più alte, o forse io sono ancora più stanco, non lo so, ma mi sembra di non muovermi e di nuotare quasi da fermo. Ricomincio a bere e le mie bracciate a essere frenate dalle onde, mi fermo un attimo, faccio due bracciate a rana per respirare meglio, ma perdo un po’ contatto col mio gruppetto. Dopo pochi minuti mi ritrovo da solo, ho un altro gruppo dietro di me, circa 30 metri dietro e il mio gruppo 10 metri avanti, per cui decido di ritrovare il mio passo, un po’ più lento di prima, altrimenti non ce la avrei fatta. Penso che arrivare alla boa sia la svolta, dopo le onde mi aiuteranno e in qualche modo porterò a termine la mia gara, già è una gara! Come starò andando? Nella mia categoria come sarò messo?

Mi hanno spiegato che le categorie sono per fascia di età e vanno in gruppi di cinque anni in cinque anni, ma la gara la facciamo tutti insieme, agonisti (sono giovani Michael, loro lasciali andare da subito) e Master, uomini e donne che verranno premiati in base a classifiche che verranno fatte proprio per fascia di età e quindi per categoria.
Perso in questi pensieri, mi dimentico di controllare la rotta, alzo la testa, non vedo nulla e allora riprovo facendolo quando l’onda mi porta su: sono vicino alla boa, un po’ fuori rotta, ma vicino! Correggo leggermente e sento un forte bruciore sul braccio, che male, ma cosa era? Brucia tantissimo! Cerco di non pensarci, giro la boa e finalmente le onde alle spalle mi aiutano. Questo è il tratto più bello del percorso, mi rilasso e mi faccio trascinare il più possibile, inutile forzare. Controllo avanti ed il mio gruppetto mi avrà staccato di circa 50 metri, mi giro dietro e un altro gruppo è abbastanza lontano, non hanno recuperato nulla su di me, per cui mi tranquillizzo.
Le spalle fanno male, i gomiti anche, il braccio mi brucia, ma continuo più o meno col mio passo fino al famoso imbuto. Mi guardo intorno, non ho nessuno dietro, quelli davanti sono lontani e penso che “aumentare” non abbia gran senso, così tocco il tabellone del mio passo. È finita, la mia prima gara in mare è finita.

All’arrivo trovo Marco sulla spiaggia con una birra in mano, deve essere già arrivato da un pezzo, lui è forte è di quelli che parte per primo in allenamento e quando mi vede mi urla “Grande Maicooooooooooooo”. Cerco Giuseppe, ma non lo vedo e Marco mi dice che deve ancora arrivare. Lui invece è arrivato insieme ai primi, subito dietro agli agonisti. Mi siedo in spiaggia a recuperare un po’ le forze, ho fame e sete, Marco mi da la sua birra dalla quale faccio un sorso che mi fa tossire (come farà lui?). Dopo poco arriva Giuseppe molto contento, dice che è andato bene, è arrivato poco dopo un atleta che di solito gli da parecchi minuti di distacco e mi dice che io sono stato bravissimo. Io non lo so, non riesco a capire come sono andato, ma mi alzano di peso e mi portano al buffet: andiamo, ora si mangia ora!

L’organizzazione ha preparato un buffet per chi ha gareggiato, dove mangiamo di gusto. Ho veramente tanta fame, riconosco un po’ di persone che ho incrociato in gara, anche uno che mi dato un calcio, mi sorride e mi porge la mano ed io ricambio, anche se non capisco. Il braccio che mi bruciava è rosso e un po’ gonfio, ma Giuseppe mi rassicura “Ti ha pinzato una medusa, passa, tranquillo”.

acque-libereFinito di mangiare, arriva Marco di corsa con un’altra birra in mano (sarà la quarta?)  e grida “Ehi, sono usciti i risultati, grandeeeeeeeeeeeeeeeeee Maicoooooooooooooo, sei arrivato terzo! Pensa te, ti chiami Mai Col Bronz e alla prima gara prendi subito un bronzo”
Tutti ridono e io non capisco perché, ma faccio finta di capire e abbozzo un sorriso. Mi premiano sul podio, ho una medaglia, sono felice, distrutto ma felice, risaliamo in macchina, guida Marco come sempre, penso che è stata veramente dura e sono fiero di me, ma dopo pochi istanti mi addormento.

Le Avventure di Michael Bronze continueranno con la prossima puntata!

 

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