Come diagnosticare un’aritmia cardiaca.

Cosa vuol dire avere un cuore da atleta e come prevenire e guarire dalle aritmie cardiache.

Lo sport può essere praticato a qualsiasi età ma fare sport significa anche essere attenti a fare prevenzione così come trattato nel nostro articolo Aritmie cardiache negli atleti professionisti e amatoriali.
Posso infatti presentarsi aritmie cardiache in qualsiasi atleta, professionista o non, anche dopo anni di pratica dell’attività sportiva.

Come si diagnostica un’aritmia?
È necessario fare un’accurata visita medico-sportiva: essa consiste in indagini di primo livello e di secondo e terzo livello.
Il primo step per l’approccio ad uno sportivo sono la visita clinica, che comprende la raccolta completa di un’ accurata anamnesi. Nel nuoto le indagini di primo livello si completano con un ECG a riposo e sotto sforzo, la spirometria e l’esame delle urine. Attenzione però che gli ECG eseguiti subito dopo uno sforzo fisico non sono considerati validi!
Il medico sportivo, nel caso in cui abbia il sospetto di una patologia cardiaca e/o un’aritmia significativa, ha il compito di indirizzare l’atleta verso specialisti cardiologi, i quali eseguiranno indagini cosiddette di secondo e terzo livello, fino al raggiungimento di elementi sufficienti per redigere un giudizio di idoneità o non idoneità allo sport agonistico. Ne deriva che il medico sportivo, sulla scorta delle indagini che il cardiologo ha ritenuto opportuno praticare per integrare quelle di primo livello, è tenuto ad esprimere un giudizio positivo o negativo (di solito a scadenza annuale o a tempo di 3/6/12 mesi), che è vincolante per ciascun atleta.

Quali ulteriori indagini può richiedere un cardiologo per diagnosticare un’aritmia?
Le indagini di secondo e terzo livello che possono essere richieste dallo specialista in Cardiologia per arrivare alla diagnosi di aritmia sono:

  1. prevenire-artimie-cardiacheECG dinamico secondo Holter: si registrano i battiti cardiaci 24 ore su 24 e si valutano quantitativamente e qualitativamente le aritmie diurne e notturne. Nello sportivo è obbligatorio verificare le conseguenze aritmiche dello sforzo, quindi la registrazione verrà effettuata anche durante un adeguato periodo di allenamento (non realizzabile nel nuoto), o con esercizi corrispettivi;
  2. Test ergometrico (cicloergometro o tapis rulant): si esegue con monitoraggio ECG continuativo durante lo sforzo fisico, che deve essere condotto almeno fino al 75% della frequenza cardiaca massima teorica in relazione all’età (vi sono delle apposite tabelle). Nell’ atleta paralimpico non deambulante, esistono i cicloergometri a manovella;
  3. Loop recorder esterno (LRE): è un registratore di piccole dimensioni e di facile utilizzo, viene utilizzato in genere per la durata di 2-4 settimane per lo studio di eventi aritmici, consentendo al soggetto di effettuare attività fisica e vita normale. Esso si auto attiva in corrispondenza dell’evento aritmico;
  4. Loop recorder impiantabile (LRI): si posiziona mediante un piccolo intervento chirurgico nel sottocute a livello toracico anteriore. È capace di una registrazione di circa 36 mesi, ciò allo scopo di riconoscere aritmie che intercorrono saltuariamente, altrimenti non identificabili.
  5. Infine qualora il cardiologo dovesse ritenerlo opportuno, per la diagnosi di aritmie possono eseguirsi anche ecocardiogramma con color doppler, studio elettrofisiologico del cuore, coronarografia, risonanza magnetica, TAC cardiaca, infine studio genetico dell’atleta e dei familiari con eventuale biopsia cardiaca.

Quanto sono frequenti le aritmie e quanti giudizi di non idoneità allo sport vengono formulati?
Il 60-80% di tutte le non-idoneità sportiva è di natura cardiologica: vi sono cioè anomalie congenite o acquisite che fanno esprimere un giudizio di incompatibilità con lo sport.
Fra tutte le cause cardiache, il 40% di giudizio di non idoneità è rappresentato da aritmie. Questo comporta la necessità di un approfondimento clinico e strumentale fino all’ elaborazione di un giudizio definitivo che potrà essere di benignità totale, necessità di controlli periodici nel tempo, di non compatibilità o rischio, di rivalutazione dopo guarigione spontanea o dopo trattamento specifico (ad es. ablazione trans catetere).
Si ribadisce che la visita medico sportiva rappresenta un momento importante nella vita dell’atleta, perché è in grado di attirare l’attenzione sulla presenza di anomalie cardiache ed aritmiche spesso ignorate oppure subentranti nell’atleta.

Cosa significa avere un “cuore da atleta”?
Il cuore d’atleta scaturisce da un’attività sportiva praticata per periodi prolungati e con intensità piuttosto sostenute, tali da determinare delle modifiche elettrofisiologiche in un cuore normale: una di queste modifiche è la bradicardia. Essa è più o meno marcata a seconda del tipo di sport, della durata dell’attività sportiva, dell’intensità e ovviamente della predisposizione individuale. Il cosiddetto polso “lento” deriva da una modulazione che lo sforzo fisico esercita sul sistema neuro-vegetativo, che manda impulsi nervosi sul nodo seno-atriale (da qui parte l’impulso cardiaco): in questo modo grosse quantità di ossigeno arrivano ai muscoli col “minimo” sforzo cardiaco, rendendo il sistema cardiovascolare economicamente vantaggioso. Chiaramente sotto sforzo prolungato e per impegni agonistici, si innesca una tachicardia che è assolutamente compatibile e benigna nell’atleta.

C’è da preoccuparsi invece quando durante attività fisica, le aritmie verificano due principali condizioni cliniche:

  1. Eccessive tachicardie o bradicardie che condizionano sfavorevolmente il gesto atletico (fibrillazione atriale, flutter atriale, asistolia, blocco atrioventricolare sintomatico);
  2. Quando si realizzano nel contesto di una patologia silente, la cosiddetta cardiomiopatia aritmogena che si manifesta in soggetti ignari con sintomi gravissimi come la sincope (perdita improvvisa di coscienza che però non è solo determinata da questa grave patologia), l’arresto cardiaco e la morte improvvisa. È infatti documentato che l’attività sportiva intensa slatentizza patologie cardiache sottostanti altrimenti ignorate e che il singolo gesto atletico può destabilizzare elettricamente un cuore precedentemente asintomatico e ritenuto sano.

Come prevenire le aritmie cardiache
Proteggersi in primo luogo segnalando ai propri familiari, al responsabile tecnico sportivo e al proprio medico, l’iniziale comparsa di sintomi nuovi sotto sforzo, quali possono essere cardiopalmo regolare irregolare, dolori precordiali, affanno ingiustificato, calo della performance, perdite di coscienza e variazioni ingiustificate della pressione arteriosa.
È impostante non riprendere mai l’attività fisica intensa fin quando un evento infiammatorio, soprattutto se febbrile, non sia spento. Questo perché il soggetto in quel periodo è in depressione immunitaria transitoria e quindi particolarmente esposto ad ulteriori complicanze quali miocarditi, endocarditi, pericarditi. Queste ultime sono fra le cause più frequenti di aritmie anche mortali come il caso del giovane calciatore Morosini.
Anche lo sportivo non agonista, pur se non obbligato per legge, dovrebbe sottoporsi annualmente ad uno screening cardiologico, comprensivo almeno di una visita cardiologica con ECG di base.
Evitare nella maniera più assoluta ogni tipo di sostanze proscritte e che siano catalogate dalla WADA (World Anti-doping Agency) come sostanze dopanti, perché provocano effetti cardiovascolari anche gravi a breve, medio e lungo termine.

Si può guarire dalle aritmie?
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Ogni atleta deve essere consapevole che alcuni eventi aritmici possono intercorrere anche in conseguenza di fattori transitori quali possono essere carenze di sali minerali, alterazioni degli ormoni tiroidei, calo dell’emoglobina (in donne che hanno il ciclo mestruale), stati ansiosi generalizzati e che quindi si possono risolvere con l’aiuto del proprio medico andando a eradicare il problema di base.
Nel caso invece di aritmie elettrocardiograficamente diagnosticate come primitive, si possono risolvere con ausilio farmacologico, oppure dopo interventi specialistici mirati quali un’ablazione trans catetere con radio frequenze: tachicardie parossistiche sopraventricolari focali, sindrome di Wolf – Parkinson- White, fibrillazione atriale.
Quando un soggetto viene colpito da aritmie di particolare gravità che ne hanno messo a rischio la vita e la stessa performance fisica, dopo averne accertato la diagnosi, in genere si tende a rilasciare certificati di idoneità per sport a basso impegno cardiovascolare non agonistici.
Se un atleta ha impiantato un pacemaker o un defibrillatore, vanno evitati sport di contatto che possano danneggiare il device che ormai viene fabbricato di dimensioni tali da consentire qualsiasi movimento in sicurezza e senza ingombro con una grossa duttilità.

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È consigliato a tutti, agonisti e non, di verificare annualmente la propria idoneità ad entrare in acqua. Muoversi nel meraviglioso mondo acquatico deve essere un piacere per tutti e questo piacere va condiviso solamente se si parte dal rispetto di ognuno di noi per la propria salute.

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Cristiano D Errico

Laureato nel 1998 in Medicina e Chirurgia e specializzato nel 2002 in Anestesia e Rianimazione con lode presso l’Università degli Studi Napoli ” Federico II”. Dirigente medico 2003-2007 presso Ospedale “S. Giuseppe Moscati” di Aversa e dal 2007 presso A.O.R.N. “A. Cardarelli” di Napoli. Dal 2004 inoltre convenzionato con l’ A.U.P. ” Federico II” Napoli. Consulente tecnico presso il Tribunale di Napoli, Membro della Federazione Medico Sportiva Italiana.